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Calcio Lecco 1912

Calcio Lecco, sembra accanimento terapeutico

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Nessuna novità, e il tempo passa: paghiamo gli effetti di cinque anni da incubo. Ma siamo sicuri che non sia già tardi?

L’estate è finalmente arrivata, a giudicare dal clima degli ultimi giorni, e dalle temperature calde e afose.

Come vuole la tradizione, di cui tutti faremmo volentieri a meno, questa stagione vede i tifosi della Calcio Lecco patire la solita Via Crucis, tra propositi di cessione, vicende giudiziarie e personaggi improbabili.

La netta differenza fra l’estate 2016 e le precedenti, tuttavia, sta nella premessa: questa volta la posta in palio è altissima, e, anzi, è la somma di tutto ciò che non è stato fatto negli anni scorsi. Diciamolo chiaramente: il Lecco rischia di fallire, nella peggiore delle ipotesi di sparire per una stagione dal calcio giocato, con l’ombra inquietante di non sapere da quale categoria ripartire.

Colpa di un buco di bilancio che dal 2010 a oggi è stato lasciato crescere, di debiti mai saldati, di vicende giudiziarie, di aumenti di capitale con carta straccia, che hanno reso il nostro amato Lecco un malato terminale.

I tifosi meritano chiarezza, quella che fino a oggi non hanno avuto, o hanno avuto da pochi. La mala gestione della Calcio Lecco prosegue da anni, almeno cinque, e ha portato in riva al lago personaggi di cui avremmo fatto volentieri a meno. Basti pensare a Joseph Cala, Salvatore Ferrara, Stefano Galati: “attori” che recitavano una parte, quella dell’imprenditore interessato all’acquisto del Lecco. Nessuno di loro lo era veramente. Imprenditori o interessati all’acquisto? Non andiamo oltre. Una recita bella e buona, seppure di basso livello teatrale, che non ha portato a niente.

In natura, gli avvoltoi piombano quando la carcassa è in putrefazione. Ed è bizzarro aspettarsi che possano rianimarla, piuttosto che divorarla.

Con queste premesse, e conoscendo i precedenti, l’estate 2016 sarebbe dovuta essere diversa. Tutti abbiamo, e avevamo, gli strumenti per capire cosa sta succedendo, poiché si tratta di un film già visto. Questa volta, però, potrebbe portare con sé i titoli di coda.

Ecco perché, personalmente, fatico a comprendere la fiducia riposta da alcuni lecchesi – e mi riferisco anche a colleghi giornalisti e amministratori comunali – a determinate situazioni. Com’è possibile credere a recite che negli anni abbiamo sentito più volte? Perché dare loro tutto questo peso per settimane, per poi – solo quando è ormai evidente – fare una brusca frenata? Quante volte ci si deve scottare con l’acqua calda, prima di decidersi a non toccarla più? Il tempo è prezioso, bisognerebbe preservarlo, piuttosto che farlo scorrere così. Rischia di essere troppo tardi per qualsiasi cosa.

In questa vicenda, come in tutte quelle in cui interviene il cuore, è mancata razionalità. Anche a chi non ha voluto sentire ragioni quando qualche imprenditore, serio e conosciuto in città, aveva azzardato che il fallimento sarebbe stato l’unica via per salvare il Lecco, l’intervento chirurgico necessario a curare il malato terminale. Invece no. È stata scelta da tutti la strada dell’accanimento terapeutico. Purtroppo sappiamo come andrà a finire.

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