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Calcio Lecco, Gaburro rompe il silenzio sull’esonero: «L’ambiente era logoro, i risultati non contavano perché c’era un disegno diverso»

Il tecnico, 414 giorni dopo il suo esonero, parla per la prima volta delle vicissitudini che hanno contraddistinto i pochi mesi vissuti da professionista all’ombra del Resegone

Da sinistra: Mauro Brambilla (T. Manager), Marco Gaburro e Mauro Tesini (D. Sportivo), esonerati a ottobre 2019 BONACINA/LCN SPORT
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Tempo di lettura 6 minuti

Dal primo ottobre 2019 Marco Gaburro non è più l’allenatore della Calcio Lecco 1912 e aspetta la chiamata giusta per tornare in sella altrove. Tanto tempo, direte voi: 414 giorni, comprese le 59 domeniche che rappresentano Il Giorno del calcio per eccellenza, almeno in Serie C. Per tanti, in città, la lunga parentesi “gaburriana” non si è mai veramente chiusa, soprattutto per le modalità rivedibili, per così dire, con cui venne allontanato l’allenatore che condusse a una vittoria ampissima (+27 sulla Sanremese) la squadra al termine del campionato di Serie D 2018/2019; insieme a lui vennero esonerati anche il Team Manager Mauro Brambilla e il Direttore Sportivo Mario Tesini. A incidere anche il fatto che il tecnico veronese non abbia mai voluto proferire parola sulle vicende blucelesti («Sono stato dall’altra parte, so cosa si prova a lavorare con un allenatore esonerato che aleggia sulla propria testa e il proprio lavoro e non volevo assolutamente che questo potesse accadere») da oltre un anno a questa parte, questo anche dopo la naturale conclusione del contratto avvenuta lo scorso 30 giugno 2020. Tutto ha un tempo di decantazione e questo processo è, evidentemente, terminato oggi: Gaburro ha scelto l’occasione del primo post sul blog veronaspettinata.it per tornare a parlare della sua breve esperienza in Serie C all’ombra del Resegone, raccontando la sua verità attraverso un lungo scritto. Lo ha fatto senza precisare nomi e cognomi, ma mettendo chiaramente in evidenza i momenti salienti che hanno definitivamente rotto il rapporto con la proprietà.

«L’ambiente era logoro e i risultati non contavano»

Prendiamo a piene mani dal blog: «Come sia andata, ormai, lo sanno tutti, con un “amore” mai sbocciato con la proprietà, nonostante ci sia stato un anno per conoscersi, vincendo a mani basse il campionato di D – spiega il tecnico nel suo lungo scritto -. Un anno che avrebbe dovuto far capire molto di più del sottoscritto. Un anno nel quale sono arrivato a fianco di un presidente che da quasi un decennio spendeva l’inverosimile senza aver mai nemmeno sfiorato una vittoria e ho ribaltato come un calzino la rosa della squadra, ho fatto mercato, ho allestito gruppo e staff, portando il tutto a vincere con mesi di anticipo come nessuno aveva mai fatto prima. E’ capitato così che si sia incrinato qualcosa in un rapporto che pensavo si poggiasse su un livello di conoscenza reciproca molto più profondo. E si è incrinato, intendiamoci, a prescindere dai risultati sportivi, che anzi sembravano non solo non contare più, ma addirittura rappresentare una sorta di fastidio rispetto ad un disegno che era evidentemente e palesemente diverso, anche se forse nessuno (dall’altra parte) aveva avuto la forza o meglio il coraggio di imporre. Capita così che ti ritrovi, da neo-promossa, nonostante le fisiologiche e naturali difficoltà di impatto con la nuova categoria, a superare il primo turno di Coppa Italia (triangolare) e a fare tre punti nelle prime due giornate. Fantastico, direbbe qualunque osservatore esterno… Ma non per chi c’era lì, per chi era presente, per chi stava dentro».

«Quel rendimento, che dovrebbe in una logica normale creare le premesse minime per ottenere quella tranquillità necessaria a far decollare qualsiasi progetto, ha invece prodotto una conferenza stampa-suicidio del presidente proprio dopo una vittoria in campionato, nel quale si è inspiegabilmente scagliato contro la non spettacolarità del gioco della squadra (??!!) e ha screditato il sottoscritto pubblicamente (annunciando l’ingaggio da me non gradito di un suo “pupillo” e facendolo pubblicamente) – dice riferendosi all’ingaggio-lampo di Ameth Fall -. Da lì un’inevitabile escalation di tensioni e contro-tensioni, generanti interventi punitivi nei confronti della squadra, allenamenti suppletivi, giocatori messi fuori rosa e poi reintegrati nel giro di ventiquattro ore, eccetera, eccetera. Ciò nonostante il mio esonero è arrivato alla settima giornata con la squadra a sei punti in classifica, con già un direttore sportivo (Mario Tesini, ndr) sfiduciato, un supplente (Francesco Filucchi, ndr) nominato in fretta e furia e il nome del mio sostituto (Gaetano D’Agostino, ndr) che veleggiava tranquillamente nell’aria da quindici giorni. Non male come ritorno tra i professionisti, direi… C’era un ambiente logoro, pesante, di impossibile gestione, ovviamente alimentato da quanto sopra descritto, ma è innegabile che un’analisi fredda e distaccata di quanto stava succedendo non potesse che rilevare l’attrito che ormai si era creato tra me e il gruppo squadra, un po’ perché in quel contesto era impensabile che i giocatori “scontenti” venissero a piangere proprio sotto le mie ali, un pò perché il processo di rinnovamento che avevo iniziato da subito (cioè dal momento in cui avevo capito, nonostante i punti delle primissime giornate, che la rosa aveva bisogno di un forte ringiovanimento e rinnovamento in vista dei mesi successivi e tante riconferme volute frettolosamente dalla proprietà non si stavano rivelando all’altezza) non poteva che aumentare il numero di tali “scontenti”, specie tra giocatori che comunque avevano vissuto da protagonisti la stagione precedente».

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